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Meme Ban e Link Tax: l’Europa vuole distruggere il web?


Gli articoli 11 e 13 della nuova direttiva UE sul diritto d'autore hanno alimentato il timore sull'effettivo divieto dei cosiddetti “meme” e che le piattaforme di aggregatori di notizie debbano pagare gli editori quando le persone si collegano ai loro siti web. È ancora troppo presto per dire esattamente cosa succederà, il testo dovrà passare altri negoziati e la direttiva ha una minima possibilità di essere respinta durante la prossima votazione del 2019. Qualunque legislazione venga poi approvata, dovrà poi essere attuata dalle singole nazioni, il tutto di fronte a probabili sfide legali. In altre parole, le cose diventeranno più confuse ancor prima che diventino più chiare.

L’obiettivo della direttiva

La direttiva è divisa in due parti, gli articoli 11 e 13. Il loro intento, come viene descritto dai sostenitori, è piuttosto benigno. L'articolo 11 darebbe agli editori il diritto di chiedere un compenso quando le loro notizie vengono condivise dalle piattaforme online, mentre l'articolo 13 stabilisce che i siti web sono responsabili dei contenuti caricati dagli utenti che violano il diritto d'autore.

Entrambe le misure tentano di correggere uno squilibrio del web contemporaneo: grandi piattaforme come Facebook e Google guadagnano enormi somme di denaro dando accesso a tonnellate di materiale creato da altre persone, mentre chi crea contenuti (musica, film, libri e altro ancora) ottiene una fetta sempre più piccola della torta.

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Volente o nolente, Facebook è sempre uno dei protagonisti quando si parla di privacy. / © TY Lim/Shutterstock

Ovviamente, non tutti coloro che sono coinvolti nell'industria creativa si lamentano. Anzi, sono in molti ad aver beneficiato dell’Internet contemporaneo. Ma è ovvio che il web moderno, supportato dalla pubblicità, ha portato le aziende della Silicon Valley a diventare estremamente ricche mentre gli altri settori vengono “silurati” (scusa tanto se esiste il libero mercato, cara Europa!). La direttiva sul diritto d'autore vorrebbe dunque garantire parità di condizioni di concorrenza.

Articolo 11 - La tassa sui link

L'articolo 11 è la cosiddetta "link tax". Questa dà agli editori il diritto di chiedere licenze a pagamento quando le piattaforme online condividono i loro contributi. Qui gli obiettivi chiamati in causa sono i famosi aggregatori di notizie, come Google News ad esempio, ma si teme che la legge possa avere applicazioni più ampie.

Alcune interpretazioni estreme hanno suggerito che questo potrebbe anche impedire ai normali utenti del web di condividere notizie, ma il testo dell'articolo 11 esonera gli individui. I nuovi diritti concessi agli editori "non impediranno l'uso legittimo, privato e non commerciale delle pubblicazioni stampa da parte dei singoli utenti". Tuttavia, non è chiaro cosa si intende per piattaforma commerciale. Che dire dei blog o dei feed RSS che aggregano le notizie esattamente come fa Google News? Che dire di una pagina Facebook da milioni di seguaci gestita da un singolo individuo?

Secondo i critici, persino le versioni nazionali di questa legge non hanno mai funzionato. In Spagna, ad esempio, nel 2014 ne è stata approvata una che obbligava gli editori ad addebitare una certa somma di denaro agli aggregatori di notizie per la condivisione dei loro articoli. Risultato? Google ha chiuso Google News, gli aggregatori locali non potevano permettersi i costi e sono crollati, così il traffico complessivo verso i loro siti è diminuito del 15%. Un'analoga legge fu approvata in Germania nel 2013. Google ha reagito bannando i siti che non permettevano che i loro contenuti fossero condivisi gratuitamente. Anche qui, ancora una volta, il traffico è diminuito e gli editori sono finiti in ginocchio.

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Il nuovo articolo 11 potrebbe portare alla chiusura di Google News in tutta Europa. / © achinthamb/Shutterstock

Articolo 13 - La responsabilità sugli upload

Soprannominato dai critici “upload filter”, l’articolo 13 mi ha fatto venire il mal di testa! Secondo il testo “le piattaforme che immagazzinano e danno accesso a grandi quantità di opere e altri materiali caricati dai loro utenti sono responsabili delle violazioni del copyright commesse dagli utenti stessi”. Quindi, fatemi capire... Le piattaforme e i titolari di copyright devono in primo luogo cooperare in buona fede per impedire che questa violazione avvenga ancor prima che un individuo possa caricare il contenuto?

In pratica significa che le piattaforme online dovranno applicare ulteriori filtri, costringendo siti come YouTube e Facebook a scansionare ogni minimo contenuto che gli utenti condividono, confrontandolo con un database di materiale protetto da copyright. C’è solo un problema in tutto questo: la tecnologia per scansionare tutti i contenuti di Internet semplicemente non esiste!

Altri critici hanno poi ribattezzato la legge in “meme ban”, in quanto questo filtro sugli upload è stato inquadrato come un’arma atta ad uccidere i meme. Secondo i sostenitori del disegno di legge non è così: le parodie e i meme saranno esenti da rivendicazioni del copyright. Ma non è esattamente questo il punto, anche perché essenzialmente i problemi sono due: il primo è che le eccezioni o limitazioni al copyright a livello europeo sono diverse da paese a paese. Il secondo problema è che, anche se i meme non fossero legali, i filtri per l'upload non sarebbero in grado di distinguere un materiale legittimo da uno illegittimo.

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Il Content ID di YouTube ha già commesso diversi errori in passato. / © AndroidPIT

Insomma, niente più scansioni dopo l’upload come il famoso Content ID di YouTube. Le piattaforme dovranno quasi prevedere quello che gli utenti intendono caricare al loro interno. Abbiamo già assistito a diversi errori commessi dal Content ID, vi immaginate come si moltiplicherebbero se dovesse coprire una gamma più ampia di materiale?

E ora che ci aspetta?

Bella domanda! La nuova direttiva sul diritto d'autore verrà discussa in una sorta di dialogo a tre: membri selezionati del Parlamento, Commissione europea e rappresentanti degli Stati membri. Questo processo avviene generalmente a porte chiuse, il che significa che ci sarà poca supervisione pubblica o testate giornalistiche all'interno. È possibile che alcune delle parti più preoccupanti della direttiva vengano rimosse, ma è anche possibile che la direttiva rimanga più o meno la stessa.

Dopo le consultazioni, la direttiva verrà sottoposta al voto finale del Parlamento Europeo nella primavera del 2019. Questa votazione sarà l'ultima occasione per respingere completamente la direttiva. Vale la pena di notare che, sebbene l'intera legislazione sia stata approvata con una buona maggioranza, il voto sugli emendamenti è stato più squilibrato.  Ciò dimostra che esiste già una notevole opposizione. Se il voto finale farà passare la legge, gli Stati membri avranno due anni di tempo a disposizione per integrare la direttiva nella propria legislazione.

Purtroppo ritengo sia improbabile che la direttiva non riesca a passare del tutto a questo punto. Quello che ne conseguirà non sarà sicuramente qualcosa di buono: una delle ipotesi è che ciò potrebbe portare all'arresto totale di alcuni servizi in Europa. Chi impedirebbe ai giganti del web come Facebook e Google di bloccare geograficamente il vecchio continente rendendo i loro servizi non disponibili?

Con tutto il rispetto per i nostri legislatori europei, ma queste leggi sembrano effettivamente scritte da politici che non usano Internet molto attivamente. Il problema è che probabilmente il 70-80% delle persone pensano che Internet sia esclusivamente YouTube, Google e Facebook. Non so voi, ma per me la cosa è grave e la lotta che vede Internet contro l’Europa è tutt'altro che finita.

Pensate anche voi che l'Europa stia un po' esagerando o è solo una mia impressione?

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