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Nel giornalismo del futuro le persone contano più degli algoritmi


La migliore app non salverà il giornalismo. Per contrastare l’emorragia di lettori (e di risorse) che da anni affligge il settore dei media, dice Jeremy Caplan, non basta cambiare la tecnologia, ma la logica. «Io, per esempio, ho smesso di seguire le breaking news. Mi concentro sugli approfondimenti e sulle storie di lungo respiro”. Jeremy Caplan è stato a lungo giornalista a Time Magazine, dove si occupava di tecnologia e di economia. Oggi è direttore del “Centro per il giornalismo d’impresa” della scuola di giornalismo alla Central University di New York.

Ai suoi studenti negli States insegna le tecniche più efficaci per lanciare un progetto di impresa personalizzato, una start-up giornalistica, sfruttando al massimo tutte le potenzialità del digitale ma, soprattutto imparando a valorizzare i propri interessi personali. “L’idea conta più della tecnologia che usi”, è il mantra, insieme al più classico diversity matters, l’importante è differenziare, essere unici. “Molti studenti di giornalismo che incontro sono bravissimi a eseguire compiti, ma hanno difficoltà a sviluppare una loro idea originale, a capire i punti di forza che possono interessare agli altri e le debolezze su cui devono lavorare”.

Dal suo osservatorio americano, Caplan garantisce che le trasformazioni che hanno investito il  mondo dell’informazione (e dell’attenzione) negli ultimi 20 anni sono giunte a un punto critico e stanno portando il giornalismo in una nuova fase, i cui contorni sono da definire ma che certamente è legata alle evoluzioni del digitale. «Dal 1996 al 2006 il rapporto dei media con internet era sbilanciato a favore della carta, i giornali mettevano semplicemente online il pdf della versione stampata. Nel 2007 è arrivato il terremoto dei social network, ma negli ultimi due anni le piattaforme hanno mostrato limiti difficilmente superabili nella capacità di diffusione dell’informazione».

È l’era della “personalizzazione”. Newsletter tematiche, feed rss, app che aggregano i post e i tweet degli amici o delle aziende seguite più influenti, podcast scaricabili puntata per puntata. Come ogni altro aspetto della vita, il digitale ha modificato anche le abitudini informative delle persone. Smartphone, auto connesse, smart speaker: ne leggiamo tutti i giorni e non serve tornarci sopra.

Di nuovo si può dire che “personalizzare” si può non solo dal lato dei lettori, ma anche dei giornalisti. Il “personal media”, dice Caplan, può essere un modo di innovare il giornalismo, a patto di capire che questo è un modo per continuare a inseguire le storie, solo in modo più sostenibile. «Get real», cercate di capire cosa vogliono davvero le persone dal giornalismo, parlate con la vostra comunità di lettori. Il che significa anche capire per cosa sono disposti a pagare.

«Ognuno di noi è diverso dagli altri. È inutile fare campagne generaliste sul valore del giornalismo dicendo “è giusto che l’informazione si paghi”. Si ottiene un risultato molto più interessante differenziando formati e contenuti e inseguendo le varie “nicchie” informative, cercando di dare alla gente quello per cui sono davvero disposte a pagare”.

Jeremy Caplan è ospite della Scuola di Giornalismo “Massimo Baldini” dell’Università Luiss di Roma dove tiene un seminario suddiviso in due giornate. Il secondo appuntamento è martedì 22 dalle 16 alle 18.



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